Lo svuotamento totale della Procura di Enna

Quando sia a destra che nel supposto “centro-sinistra” in salsa PD si parla di giustizia e magistratura in Italia, in genere c’è quasi sempre da dissotterrare l’ascia da guerra.

Sempre nella mia personale iniziativa di far conoscere o rendere più visibile quali sono i veri problemi della giustizia in Italia (per chi se lo fosse perso, ecco un altro mio post a riguardo), riporto qui un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, intitolato “Procure vuote a Mezzogiorno“. L’autore è Calogero Ferrotti, procuratore della Repubblica ad Enna.

Nell’articolo viene fornita una breve analisi del gravissimo fenomeno dello svuotamento delle procure del Sud Italia. Siamo arrivati all’incredibile situazione in cui, fra qualche settimana, la Procura della Repubblica di Enna non avrà più sostituti procuratori nè procuratori aggiunti in servizio (rispettivamente il grado base ed il grado intermedio nella carriera requirente) ma soltanto il Procuratore Capo. La Procura non potrà più funzionare. In sostanza, ad Enna e paesi limitrofi, non ci saranno più indagini e nessuno potrà esercitare l’azione penale.

Altro che separazione delle carriere.

Tra qualche settimana, anche l’ultimo magistrato lascerà la procura della Repubblica di Enna, perché trasferito in altra sede: il capoluogo siciliano sarà il primo ufficio di procura in Italia completamente privo di sostituti e con il solo procuratore capo, quindi fatalmente destinato a non essere più operativo, come un ospedale con solamente il primario. Non rimarrà un caso isolato, è solo il primo squarcio di un più ampio scenario che sta vedendo il progressivo svuotamento di tutte le procure siciliane e più in generale di quelle del Sud Italia. La percentuale di scopertura media complessiva delle diciannove procure della Sicilia sfiora oggi il tetto del 40 per cento. A essere penalizzati non sono solo gli uffici minori, ma anche quelli di maggiori dimensioni, come Palermo e Catania, che presentano scoperture prossime al 25 per cento.

LE SEDI DEI MAGISTRATI DI PRIMA NOMINA

Questi dati sono di per sé molto allarmanti, perché incidono sulla stessa funzionalità di uffici giudiziari che operano in prima linea, in realtà territoriali particolarmente difficili sul fronte dell’azione di contrasto alla criminalità di stampo mafioso e comune. L’assenza dello Stato, o anche il semplice indebolimento, possono rappresentare infatti il più comodo alibi per pericolose scorciatoie verso percorsi alternativi alla giustizia, oltre a costituire il più forte disincentivo agli investimenti sani di capitali nazionali ed esteri nelle regioni del Mezzogiorno.
Sono preoccupazioni espresse anche dall’Associazione nazionale magistrati siciliana, in una assemblea aperta che si è tenuta di recente proprio a Enna, eletta a luogo simbolo della desertificazione delle procure. E che si è conclusa con l’approvazione di un documento.
La questione dei vuoti nelle procure ha ora assunto una dimensione nazionale. Il Consiglio superiore della magistratura l’ha posta all’ordine del giorno, chiedendo al ministro della Giustizia Angelino Alfano di partecipare a una prossima seduta straordinaria.
Le cause delle carenze di organico dei magistrati degli uffici requirenti sono molteplici. La principale risale alla introduzione di una norma, nel luglio 2007 che ha imposto il divieto per i magistrati di prima nomina di destinazione ai posti di procura, al termine del periodo di tirocinio. Il limite è stato dettato dal ravvisato pericolo che magistrati di poca esperienza non siano in grado di offrire sufficienti garanzie di affidabilità nell’assolvere a delicate funzioni quali quelle del pubblico ministero.
È stato però da più parti obiettato che il rischio non sarebbe in realtà pienamente giustificato, non fosse altro perché, in virtù del decreto legislativo 20 febbraio 2006 n. 106, che ha riorganizzato l’ufficio del pubblico ministero, ha subito un notevole processo di “gerarchizzazione”. Il procuratore capo infatti, nell’assegnazione dei procedimenti ai magistrati del suo ufficio, può stabilire determinati criteri ai quali il sostituto deve obbligatoriamente attenersi, a pena di revoca della delega, in caso di difformità o di contrasto. In materia di misure cautelari personali e di sequestri, che più possono incidere sulla sfera dei diritti primari del cittadino, il procuratore della repubblica esercita inoltre una forma pregnante di controllo diretto sui magistrati dell’ufficio, mediante il suo preventivo assenso scritto su ogni provvedimento. I contatti con gli organi con la stampa, che in passato hanno spesso alimentato il protagonismo giudiziario di singoli pubblici ministeri, sono ora esclusivamente riservati al capo dell’ufficio.
Il rischio di eventuali cadute di professionalità o di derive giudiziarie da parte di magistrati di prima nomina deve ritenersi scongiurato anche dalla particolare affidabilità del percorso formativo, che si articola in un tirocinio specializzato di diciotto mesi, per i vincitori del concorso in magistratura, prima di essere immessi nelle loro funzioni. Una volta assunti in servizio negli uffici di procura, in passato venivano inseriti in gruppi di lavoro, in cui erano affiancati e coordinati dai colleghi più esperti e più anziani, sotto la supervisione del capo dell’ufficio.
Quel nuovo divieto così rigido non sembra quindi improntato a criteri di ragionevolezza. E in questi due anni, forti sono state le istanze del mondo della magistratura per la abrogazione o parziale modifica della norma o quanto meno per la sua temporanea sospensione, di fronte alla sopravvenuta emergenza straordinaria. Ma la attuale maggioranza di governo si è sempre dimostrata intransigente nel volere mantenere in vita quel limite, ricorrendo talvolta ad argomenti speciosi, spesso anche caratterizzati da spirito polemico. Come le recenti dichiarazioni del ministro Alfano, secondo cui la magistratura non vorrebbe altro che il ritorno al “nonnismo giudiziario”, con ciò dimenticando che spesso sono stati proprio i cosiddetti “giudici ragazzini” a scrivere le pagine più gloriose della storia della magistratura italiana. La barbara uccisione del giovanissimo Rosario Livatino, a opera della mafia, ne è stata la migliore testimonianza.

CHI VUOL FARE IL PM?

Fatto sta che, una volta precluso alle nuove leve l’accesso alle procure e di fronte alla tassatività del principio della inamovibilità dei magistrati sancito dalla Costituzione, è divenuto inevitabile quel progressivo sguarnimento degli uffici requirenti, che sta superando ogni livello di guardia. A questo hanno certo contribuito anche l’introduzione di alcuni sbarramenti legislativi, già operanti, in materia di divieto di passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti, nell’ambito della stessa regione e sopratutto la annunziata riforma della radicale separazione delle carriere, che può essere condivisa o meno, ma fin da ora produce il sicuro effetto negativo di sterilizzare la mobilità orizzontale all’interno della categoria, se non una vera e propria fuga dalle procure.
Devono anche farsi i conti con un fenomeno indotto, quale quello di una crescente “disaffezione” dei magistrati per le funzioni di pubblico ministero. La riforma tenderebbe infatti a farlo uscire dalla cultura della giurisdizione, abbandonando così la migliore tradizione italiana, per intraprendere invece un percorso inclinato verso la temuta limitazione dell’indipendenza del pubblico ministero. Il pm verrebbe ad assumere un ruolo del tutto diverso, e sotto certi aspetti ancora tutto da definire, di “avvocato dell’accusa”, all’insegna della metaforica immagine di un pubblico ministero burocrate che dovrà presentarsi davanti al giudice “con il cappello in mano”. Un altro aspetto della riforma, che viene visto in termini assai negativi dalla magistratura, è quello che vuole limare notevolmente i poteri di iniziativa del pubblico ministero in materia indagini, a tutto vantaggio dei poteri della polizia giudiziaria.
In questo contesto di riforme annunciate, ma allo stato prive di carattere di organicità e di ancora incerta attuazione, e a causa di un clima generale di continua contrapposizione e di delegittimazione della magistratura, specialmente di quella requirente, l’esodo dalle procure appare come un evento inarrestabile. Una spia del grave malessere è costituita dal fatto che neppure quegli incentivi economici e di carriera, introdotti da una recente legge per la copertura delle sedi disagiate, hanno avuto il successo sperato.
In mancanza di iniziative urgenti e straordinarie, di natura legislativa e ordinamentale, la scopertura degli uffici di procura si appresta quindi a divenire una vera e propria emergenza nazionale, destinata ad avere pesanti ricadute anche sulla giurisdizione e sui tempi di definizione, già di per sé abbastanza lunghi, dei processi penali. Anche l’affermazione degli stessi principi di legalità e i fattori vitali di crescita della economia del Mezzogiorno appaiono seriamente in pericolo.
Se Enna oggi piange, il resto dell’Italia del Sud certo non ride.

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