Cose da premier che sconfiggerà la Mafia

1. Alfano: “La mafia è già in ginocchio, ora vogliamo stenderla a terra”.
2. Alfano: “L’enorme giro d’affari creati dal ponte sullo stretto, lo scudo fiscale per ripulire capitali illeciti, il ddl sulle intercettazioni che bloccherà le indagini per reati come estorsione, usura, infiltrazione in appalti pubblici, le aste dove ricomprare tramite dei prestanome i beni confiscati, forse anche l’estensione del processo breve ai reati di mafia: vi stiamo già pregando in ginocchio, cosa dobbiamo fare di più? Stenderci a terra?”

(Marco Ferrara)

Pilates tratto dal sito di Daniele Luttazzi.

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Supereroi cercasi

Dovete sapere che le mie cene non sono particolarmente esaltanti.
La variante estiva della cena comprende beccarsi per lo meno una ventina di minuti di Pupo e del suo insulso programma e poi il gran finale del Tg1.
La variazione estiva prevede appunto Pupo anzichè l’abbronzato (pun intended) Carlo Conti.
Insomma, l’esempio della meritocrazia in Italia.
Programmi di cui Ray Bradbury sarebbe orgoglioso visto che ne descrive minuziosamente le caratteristiche e lo scopo in “Fahrenheit 451“.

Così finisce che che ogni volta, a cena mi incazzo.
Dopo l’epoca di Clemente J. Mimum e Gianni Riotta, uno pensa che non si possa scendere ancora più in basso e ovviamente si va decisamente più in basso.
Il Tg1 di Minzolini io non lo guarderei, però i miei genitori insistono.
Così mi incazzo.
Molto spesso finisce che non guardo neanche più il televisore, ma punto lo sguardo nel vuoto o direttamente nel piatto che è anche molto spesso più interessante.
Così in genere quello che viene trasmesso dalla Pravda lo ascolto e basta.

Stasera: conferenza stampa di Berlusconi e i top ministri (fortunatamente non topless) Maroni ed Alfano.

Ad un certo punto sento, o credo di sentire una frase di questo genere:
…progetto a lungo termine contro le forze del male“.
Trasecolo. Ridacchio. Non può essere.
Ed invece è tutto vero!
E’ tutto vero!
Dopo i militari, finalmente avremo i supereroi in strada! E’ fatta!
Ho sempre sognato un autografo da Batman!

P.S. “L’Antimafia delle leggi contro l’Antimafia delle chiacchiere.
Affascinante. Sono quasi colpito. Però poi dipende da quali sono le leggi.
E ancora più importante, magari il motto sarebbe meno ad effetto ma più adeguato se fosse:
“L’Antimafia delle indagini, dei processi e delle sentenze contro la connivenza politico-mafiosa.”
Ci mancava solo che spuntasse nel Tg1 anche la faccia di Piero Grasso, tanto per rovinare la serata.

Colpo di scena Vostro Onore

da Repubblica.it

Il Csm boccia il ddl del ministro Alfano sulla riforma del processo penale. Secondo il plenum del consiglio superiore della magistratura, il provvedimento viola principi costituzionali, come l’obbligatorietà dell’azione penale e la ragionevole durata dei processi e avrà effetti “gravi” sull’efficacia delle indagini. Il plenum ha così approvato, con qualche piccola modifica, il parere della VI commissione, che respingeva le norme chiave del ddl.

A favore hanno votato tutti i togati, i laici del centrosinistra, il vicepresidente del Csm Nicola Mancino. Contrari i laici di centrodestra; astenuto il laico dell’Udc Ugo Bergamo. […]

Pensa te, hanno votato contro solo i laici del centrodestra. Non me lo sarei mai aspettato.
Stupendo poi Mancino (anche di lui ultimamente ho sempre più stima):

Il vicepresidente dell’organo di autogoverno delle toghe, Nicola Mancino, al termine della seduta del plenum è tornato a ribadire, come già aveva fatto alcune settimane fa, che non si tratta di una bocciatura da parte del Csm al ddl di riforma del processo penale, semmai un “parere articolato” sul provvedimento proposto dal governo, “perché – ha detto Mancino – il Consiglio superiore non approva e non boccia nulla”.

A nostro parere fa schifo. Però è solo un parere articolato.

Robusto di Costituzione

Secondo la Sesta Commissione del CSM, il ddl Alfano sulla riforma del processo penale viola almeno quattro principi costituzionali, incluso quello sull’obbligatorietà dell’azione penale.
Il ddl avrà effetti “devastanti” sull'”efficacia” delle indagini.
Limiterà l’esercizio dell’azione penale “rafforzando la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo”, “estromettendo il pm dalle indagini”, concedendo al governo la capacità di controllare e condizionare l’azione penale.

Secondo il ministro Alfano invece: “Il Parlamento è sovrano”.

Mr. Alfano, Costituzione… you know Costituzione?

Senza parole

Consulta, la cena segreta

Un incontro carbonaro tra il premier, Alfano, Ghedini e due giudici della Corte Costituzionale. Per parlare di giustizia. Ma sullo sfondo c’è anche l’immunità di Berlusconi

Le auto con le scorte erano arrivate una dopo l’altra poco prima di cena. Silenziose, con i motori al minimo, avevano imboccato una tortuosa traversa di via Cortina d’Ampezzo a Roma dove, dopo aver percorso qualche tornante, si erano infilate nella ripida discesa che portava alla piazzola di sosta di un’elegante palazzina immersa nel verde. Era stato così che in una tiepida sera di maggio i vicini di casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, avevano potuto assistere al preludio di una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzanti riunioni, organizzate dal governo Berlusconi. Un incontro privato tra il premier e due alti magistrati della Consulta, ovvero l’organismo che tra poche settimane dovrà finalmente decidere se bocciare o meno il Lodo Alfano: la legge che rende Silvio Berlusconi improcessabile fino alla fine del suo mandato.

Del resto che quello fosse un appuntamento particolare, gli inquilini della palazzina lo avevano capito da qualche giorno. Ilva, la moglie di Mazzella, aveva chiesto loro con anticipo di non posteggiare autovetture davanti ai garage. “Non stupitevi se vedrete delle body-guard e se ci sarà un po’ di traffico, abbiamo ospiti importanti…”, aveva detto la signora Mazzella alle amiche. Così, stando a quanto ‘L’espresso’ è in grado ricostruire, a casa del giudice si presentano Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini. Con loro arriva anche un altro collega di Mazzella, la toga Paolo Maria Napolitano, eletto alla Consulta nel 2006, dopo essere stato capo dell’ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato.
Più fonti concordano nel riferire che uno degli argomenti al centro della riunione è quello delle riforme costituzionali in materia di giustizia. Sul punto infatti Berlusconi e Mazzella la vedono allo stesso modo. Non per niente il giudice padrone di casa è stato, per scelta del Cavaliere, prima avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, ministro della Funzione pubblica, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo. Infine l’elezione alla Consulta a coronamento di una carriera di successo, iniziata negli anni Ottanta, quando il giurista campano militava in un partito non certo tenero con i magistrati, come il Psi di Bettino Craxi (ma lui ricorda di aver mosso i primi passi al fianco dell’avversario di Craxi, Francesco De Martino), diventando quindi collaboratore e capo di gabinetto di vari ministri, tra cui il suo amico liberale Francesco De Lorenzo (all’epoca all’Ambiente), poi condannato e incarcerato per le mazzette incassate quando reggeva il dicastero della Sanità.

La cena dura a lungo. E a tenere banco è il presidente del Consiglio. Berlusconi sembra un fiume in piena e ripropone, tra l’altro, ai presenti una sua vecchia ossessione: quella di riuscire finalmente a riformare la giustizia abolendo di fatto i pubblici ministeri e trasformandoli in “avvocati dell’accusa”.

L’idea, con Mazzella e Napolitano, sembra trovare un terreno particolarmente fertile. Il giudice padrone di casa non ha mai nascosto il suo pensiero su come dovrebbero funzionare i tribunali. Più volte Mazzella, come hanno in passato scritto i giornali, ha ipotizzato che la funzione di pm fosse svolta dall’avvocatura dello Stato. Solo che durante l’incontro carbonaro l’alto magistrato si trova a confrontarsi con uno che, in materia, è ancora più estremista di lui: il plurimputato e pluriprescritto presidente del Consiglio. E il risultato della discussione, a cui Vizzini, Alfano e Letta assistono in sostanziale silenzio, sta lì a dimostrarlo.

‘L’espresso’ ha infatti potuto leggere una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice. Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa. Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l’ordinamento della magistratura. Nove articoli che spazzano via una volta per tutte gli ‘odiati’ pubblici ministeri che dovrebbero essere sostituiti da funzionari reclutati anche tra gli avvocati e i professori universitari.

Per questo è previsto che nasca un nuovo Consiglio superiore della magistratura (Csm) aperto solo ai giudici, presieduto sempre dal presidente della Repubblica, ma nel quale entrerà di diritto il primo presidente della Corte di cassazione, escludendo invece il procuratore generale degli ermellini.

L’obiettivo è evidente. Impedire indagini sui potenti e sulla classe politica senza il placet, almeno indiretto, dell’esecutivo. Del resto il progetto di Berlusconi di incrementare l’influenza della politica in tutti i campi riguardanti direttamente o indirettamente la giustizia trova conferma anche in altri particolari. Per il premier va rivisto infatti pure il modo con cui vengono scelti i giudici della Corte costituzionale aumentando il peso del voto del parlamento. Anche la riforma della Consulta è un vecchio pallino di Mazzella.

Nei primissimi anni ’90 il giurista, quando era capogabinetto del ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, aveva tentato di sponsorizzare con un articolo pubblicato da ‘L’Avanti’ l’elezione a presidente della Corte dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli e aveva lanciato l’idea di modificare la Carta per affidare direttamente al capo dello Stato il compito di sceglierne in futuro il presidente.

Allora i giudici non l’avevano presa bene. Da una parte, il pur stimatissimo Vassali, era appena entrato a far parte della Consulta e se ne fosse diventato il numero uno per legge avrebbe ricoperto quell’incarico per nove anni. Dall’altra una modifica dell’articolo 138 della Costituzione avrebbe finito per far aumentare di troppo il peso del presidente della Repubblica che già nomina cinque giudici. Per questo era stato ricordato polemicamente proprio dagli alti magistrati che stabilire una continuità tra Quirinale e Consulta era pericoloso. Perché la Corte costituzionale è l’unico giudice sia dei reati commessi dal capo dello Stato (alto tradimento e attentato alla Costituzione), sia dei conflitti che possono sorgere tra i poteri dello Stato, presidenza della Repubblica compresa. Altri tempi. Un’altra Repubblica. E un’altra Corte costituzionale.

Oggi, negli anni dell’impero Berlusconi, un imputato che fonda buona parte del proprio futuro politico sulle decisioni della Corte, che dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano, può persino trovare due dei suoi componenti disposti a discutere segretamente a cena con lui delle fondamenta dello Stato. E lo fa sapendo che non gli può accadere nulla. Al contrario di quelli dei tribunali, le toghe della Consulta, non possono ovviamente essere ricusate. E dalla loro decisione passerà la possibilità o meno di giudicare il premier nei processi presenti e futuri. A partire dal caso Mills e dal procedimento per i fondi neri Mediaset.

Peter Gomez
da l’Espresso del 25 Giugno 2009

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