Le vere necessità della giustizia in Italia

Oggi, in un bell’articolo, Giuseppe D’Avanzo ricapitola quali sono alcuni dei problemi veri che affligono l’amministrazione della giustizia in Italia.

Il catalogo delle necessità è noto. Revisione delle ottocentesche circoscrizioni giudiziarie (sono 165, potrebbero diventare 60). Riduzione dei tribunali (sono oggi 1.292). Introduzione della posta elettronica per l’esecuzione delle notifiche (cinquemila cancellieri ne consegnano brevi manu agli avvocati 28 milioni ogni anno). Depenalizzazione dei reati minori per riservare il processo penale – molto costoso – alle questioni di maggiore allarme sociale. Rinnovamento della professione forense: “più avvocati, più cause” e gli avvocati in Italia sono 230mila, 290 ogni 100 mila abitanti, contro 4.503 magistrati giudicanti in un rapporto avvocato/giudice strabiliante che demolisce il processo civile. Limitazione del ricorso in Cassazione (30 mila sentenze l’anno). E soprattutto la riforma di un processo penale che ibrida tutti i difetti dei possibili modelli (inquisitorio, accusatorio) trasformandolo in un gioco dell’oca interminabile e incoerente. Oggi gli atti dell’indagine non valgono per il dibattimento (in coerenza con la logica del processo accusatorio) però le garanzie del dibattimento sono state estese alle indagini preliminari (in contraddizione con la logica accusatoria). Così l’indagine – e non il processo – è un dibattimento anticipato mentre il rinvio a giudizio, più che essere una valutazione della necessità di un dibattimento, è diventato una sentenza sull’istruttoria (sul lavoro del pubblico ministero). Il processo ne è soffocato. La sovrabbondanza di assillanti formalismi lo disintegrano in una rosa di microprocessi. Giudizio sull’inazione (archiviazione). Giudizio sui tempi dell’azione. Giudizio sulle modalità dell’azione (misure cautelari). Giudizio sulla completezza delle indagini e sul fondamento dell’azione (udienza preliminare). Un processo, in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni, non potrà avere mai una “ragionevole durata”. Figurarsi se può essere “breve” come vuole, soltanto per amore di se stesso, Silvio Berlusconi. Non lo sarà neanche domani con la sedicente “riforma” che lo conserva labirintico, obeso, avvizzito e lunghissimo, ma vuole addomesticarlo riducendo all’impotenza un pubblico ministero che – si ipotizza nei tre foglietti di Alfano – potrebbe anche essere “elettivo” con la nomina di magistrati onorari alle funzioni di accusatore.

Tutto il resto, includendo la separazione delle carriere, elezione dei magistrati del pubblico ministero, ed altre amenità sono solo provvedimenti per aumentare il controllo del governo o del parlamento sulla magistratura.

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Giustizia popolare iraniana

Questo video riporta i commenti del gruppo di Facebook “Lasciate lo zio di Sarah alla folla”.

Ringraziamo tra l’altro i professionisti degli schizzi di sangue, “giornalisti” e cameramen che da settimane sguazzano nella melma mediatica di questo caso tragico.

Dico solo, lasciate lavorare la magistratura.
Sono i magistrati e non la vicina di casa, la signora che compra il pane e Bruno Vespa che devono decidere sulle prove a carico degli indagati e la pena da comminare per i condannati in casi del genere.

Fortunatamente, negli stati democratici l’amministrazione della giustizia è condotta da professionisti e non dal popolo.
Ci risparmiamo la lapidazione, la bollitura in acqua e la vergine di Norimberga.

Se poi le persone non sono soddisfatte delle pene inflitte secondo il Codice Penale, possono sempre trasferirsi in Iran.
Lì potranno trovare ampia soddisfazione alle loro aspirazioni di giustizia.

P.S. Il video l’ho scoperto leggendo qui.

Non è per l’impunità. Lo so che non è così

Quando si ipotizzava la prescrizione breve… 600mila processi che venivano cancellati dalla sera alla mattina… un’amnistia mascherata… ma mi spieghi che cosa significa tutela della legalità, riforma della giustizia, lotta alla politicizzazione della magistratura, se poi passano questi messaggi?

A questa frase, detta da Gianfranco Fini durante la odierna direzione nazionale del Pdl, Berlusconi ha replicato: “Su 8 milioni.”

Il concetto di giustizia di Berlusconi sta tutto qui.

Ecco, fossero stati di più, magari no, però buttare 600mila processi va più che bene pur di salvarsi.
Ed il bello è che il tragicomico siparietto è iniziato con Fini che ha esordito con:

Ma riformare la giustizia e combattere la politicizzazione di una parte della magistratura non può in alcun modo mai significare… nemmeno dare la più lontana impressione che la riforma della giustizia che vuole fare il Pdl sia tesa a garantire sacche maggiori di impunità…
Lo so che non è così, ma qualche volta l’impressione c’è!

Ecco. Qualche volta.

Un Mattinale delle Procure o un libero pensatore?

In questo blog si parla spesso di Giustizia e Magistratura.

Molti degli articoli potrebbero sembrare una difesa a spada tratta della Magistratura.
Non è così. Questo spazio non è affatto una sorta di Mattinale delle Procure o uno spazio con opinioni a senso unico.

Certo, prevarranno articoli che denunciano ogni tipo di attacco ingiustificato alla Magistratura, alla Costituzione e allo scardinamento dei princìpi del nostro ordinamento giuridico. Perché certa gentaglia vuole far passare l’idea che la Magistratura sia quasi interamente composta da bande di disonesti che vogliono sovvertire i risultati delle elezioni. Quando invece la Magistratura, in presenza di una politica incapace e corrotta, è l’unico potere dello stato in grado di difendere la collettività e lo stato dagli abusi delle locuste ai posti di comando.

Tuttavia, vi sono di certo storture anche nella Magistratura, che vanno individuate e segnalate.
Non si tratta di certo di quanto viene proprinato a media unificati dal nostro Presidente del Consiglio e dai suoi sostenitori nominati che siedono in parlamento.

Per iniziare a proporre una rassegna di quello che ogni tanto non va, vorrei intanto segnalare questo articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere.
Prima della lettura, una parola di avvertimento. Il titolista non ha capito niente dell’articolo. La condanna a cui si fa riferimento non esiste. Il processo di cui si riferisce, si è concluso in primo grado con sentenza di assoluzione.

Il mio 30 gennaio nell’altro universo

Esiste almeno un universo in cui io non ho scelto la strada che sto attualmente percorrendo, ma chissà con quali parapiglia sono diventato un pubblico ministero.

Non è una vita molto differente da quella attuale.

Ogni giorno cerco di fare il mio dovere al massimo delle mie possibilità, con carichi di lavoro a volte impressionanti e troppo spesso sacrificando parte della mia vita sociale.

Anche in quell’universo, come in questo, ritengo che non si debba dialogare con chi ha pieno disprezzo della giustizia e del bene dei cittadini. Costoro mediaticamente rassicurano i cittadini ed i propri elettori ed invitano al dialogo.

Nel frattempo in Parlamento preparano leggi con l’unico e chiaro scopo di fermare i processi del proprio capo, anche a costo di massacrare ulteriormente l’amministrazione della Giustizia in Italia. Che versa già in uno stato penoso.

Molti di questi individui siedono fra i banchi del cosidetto “centro-destra” (le virgolette sono sempre d’obbligo).
Ma molti siedono anche fra i banchi del “centro-sinistra”, pronti a fare la sponda quando l’occasione lo richiede.

Per questa ragione bisogna fare di tutto per comunicare, informare i cittadini sulla vera situazione della Giustizia in Italia, sui veri problemi che la affliggono, su come sia possibile risolverli e su quali siano gli obiettivi di questa banda di devastatori che ci governa. Sperando che i cittadini traggano le dovute conseguenze.

E lo dobbiamo fare anche per coloro che, magari ingenuamente, magari per abitudine, magari per carenza di informazione, continuano a votare per questi individui.
Perché il bene comune, lo si deve sempre volere ed aspirare per tutti.

Per queste ragioni, in quell’altro universo, io oggi ho una copia della Costituzione in mano, e lascio l’aula quando inizia a parlare l’inviato del ministro Alfano.

Lo svuotamento totale della Procura di Enna

Quando sia a destra che nel supposto “centro-sinistra” in salsa PD si parla di giustizia e magistratura in Italia, in genere c’è quasi sempre da dissotterrare l’ascia da guerra.

Sempre nella mia personale iniziativa di far conoscere o rendere più visibile quali sono i veri problemi della giustizia in Italia (per chi se lo fosse perso, ecco un altro mio post a riguardo), riporto qui un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, intitolato “Procure vuote a Mezzogiorno“. L’autore è Calogero Ferrotti, procuratore della Repubblica ad Enna.

Nell’articolo viene fornita una breve analisi del gravissimo fenomeno dello svuotamento delle procure del Sud Italia. Siamo arrivati all’incredibile situazione in cui, fra qualche settimana, la Procura della Repubblica di Enna non avrà più sostituti procuratori nè procuratori aggiunti in servizio (rispettivamente il grado base ed il grado intermedio nella carriera requirente) ma soltanto il Procuratore Capo. La Procura non potrà più funzionare. In sostanza, ad Enna e paesi limitrofi, non ci saranno più indagini e nessuno potrà esercitare l’azione penale.

Altro che separazione delle carriere.

Tra qualche settimana, anche l’ultimo magistrato lascerà la procura della Repubblica di Enna, perché trasferito in altra sede: il capoluogo siciliano sarà il primo ufficio di procura in Italia completamente privo di sostituti e con il solo procuratore capo, quindi fatalmente destinato a non essere più operativo, come un ospedale con solamente il primario. Non rimarrà un caso isolato, è solo il primo squarcio di un più ampio scenario che sta vedendo il progressivo svuotamento di tutte le procure siciliane e più in generale di quelle del Sud Italia. La percentuale di scopertura media complessiva delle diciannove procure della Sicilia sfiora oggi il tetto del 40 per cento. A essere penalizzati non sono solo gli uffici minori, ma anche quelli di maggiori dimensioni, come Palermo e Catania, che presentano scoperture prossime al 25 per cento.

LE SEDI DEI MAGISTRATI DI PRIMA NOMINA

Questi dati sono di per sé molto allarmanti, perché incidono sulla stessa funzionalità di uffici giudiziari che operano in prima linea, in realtà territoriali particolarmente difficili sul fronte dell’azione di contrasto alla criminalità di stampo mafioso e comune. L’assenza dello Stato, o anche il semplice indebolimento, possono rappresentare infatti il più comodo alibi per pericolose scorciatoie verso percorsi alternativi alla giustizia, oltre a costituire il più forte disincentivo agli investimenti sani di capitali nazionali ed esteri nelle regioni del Mezzogiorno.
Sono preoccupazioni espresse anche dall’Associazione nazionale magistrati siciliana, in una assemblea aperta che si è tenuta di recente proprio a Enna, eletta a luogo simbolo della desertificazione delle procure. E che si è conclusa con l’approvazione di un documento.
La questione dei vuoti nelle procure ha ora assunto una dimensione nazionale. Il Consiglio superiore della magistratura l’ha posta all’ordine del giorno, chiedendo al ministro della Giustizia Angelino Alfano di partecipare a una prossima seduta straordinaria.
Le cause delle carenze di organico dei magistrati degli uffici requirenti sono molteplici. La principale risale alla introduzione di una norma, nel luglio 2007 che ha imposto il divieto per i magistrati di prima nomina di destinazione ai posti di procura, al termine del periodo di tirocinio. Il limite è stato dettato dal ravvisato pericolo che magistrati di poca esperienza non siano in grado di offrire sufficienti garanzie di affidabilità nell’assolvere a delicate funzioni quali quelle del pubblico ministero.
È stato però da più parti obiettato che il rischio non sarebbe in realtà pienamente giustificato, non fosse altro perché, in virtù del decreto legislativo 20 febbraio 2006 n. 106, che ha riorganizzato l’ufficio del pubblico ministero, ha subito un notevole processo di “gerarchizzazione”. Il procuratore capo infatti, nell’assegnazione dei procedimenti ai magistrati del suo ufficio, può stabilire determinati criteri ai quali il sostituto deve obbligatoriamente attenersi, a pena di revoca della delega, in caso di difformità o di contrasto. In materia di misure cautelari personali e di sequestri, che più possono incidere sulla sfera dei diritti primari del cittadino, il procuratore della repubblica esercita inoltre una forma pregnante di controllo diretto sui magistrati dell’ufficio, mediante il suo preventivo assenso scritto su ogni provvedimento. I contatti con gli organi con la stampa, che in passato hanno spesso alimentato il protagonismo giudiziario di singoli pubblici ministeri, sono ora esclusivamente riservati al capo dell’ufficio.
Il rischio di eventuali cadute di professionalità o di derive giudiziarie da parte di magistrati di prima nomina deve ritenersi scongiurato anche dalla particolare affidabilità del percorso formativo, che si articola in un tirocinio specializzato di diciotto mesi, per i vincitori del concorso in magistratura, prima di essere immessi nelle loro funzioni. Una volta assunti in servizio negli uffici di procura, in passato venivano inseriti in gruppi di lavoro, in cui erano affiancati e coordinati dai colleghi più esperti e più anziani, sotto la supervisione del capo dell’ufficio.
Quel nuovo divieto così rigido non sembra quindi improntato a criteri di ragionevolezza. E in questi due anni, forti sono state le istanze del mondo della magistratura per la abrogazione o parziale modifica della norma o quanto meno per la sua temporanea sospensione, di fronte alla sopravvenuta emergenza straordinaria. Ma la attuale maggioranza di governo si è sempre dimostrata intransigente nel volere mantenere in vita quel limite, ricorrendo talvolta ad argomenti speciosi, spesso anche caratterizzati da spirito polemico. Come le recenti dichiarazioni del ministro Alfano, secondo cui la magistratura non vorrebbe altro che il ritorno al “nonnismo giudiziario”, con ciò dimenticando che spesso sono stati proprio i cosiddetti “giudici ragazzini” a scrivere le pagine più gloriose della storia della magistratura italiana. La barbara uccisione del giovanissimo Rosario Livatino, a opera della mafia, ne è stata la migliore testimonianza.

CHI VUOL FARE IL PM?

Fatto sta che, una volta precluso alle nuove leve l’accesso alle procure e di fronte alla tassatività del principio della inamovibilità dei magistrati sancito dalla Costituzione, è divenuto inevitabile quel progressivo sguarnimento degli uffici requirenti, che sta superando ogni livello di guardia. A questo hanno certo contribuito anche l’introduzione di alcuni sbarramenti legislativi, già operanti, in materia di divieto di passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti, nell’ambito della stessa regione e sopratutto la annunziata riforma della radicale separazione delle carriere, che può essere condivisa o meno, ma fin da ora produce il sicuro effetto negativo di sterilizzare la mobilità orizzontale all’interno della categoria, se non una vera e propria fuga dalle procure.
Devono anche farsi i conti con un fenomeno indotto, quale quello di una crescente “disaffezione” dei magistrati per le funzioni di pubblico ministero. La riforma tenderebbe infatti a farlo uscire dalla cultura della giurisdizione, abbandonando così la migliore tradizione italiana, per intraprendere invece un percorso inclinato verso la temuta limitazione dell’indipendenza del pubblico ministero. Il pm verrebbe ad assumere un ruolo del tutto diverso, e sotto certi aspetti ancora tutto da definire, di “avvocato dell’accusa”, all’insegna della metaforica immagine di un pubblico ministero burocrate che dovrà presentarsi davanti al giudice “con il cappello in mano”. Un altro aspetto della riforma, che viene visto in termini assai negativi dalla magistratura, è quello che vuole limare notevolmente i poteri di iniziativa del pubblico ministero in materia indagini, a tutto vantaggio dei poteri della polizia giudiziaria.
In questo contesto di riforme annunciate, ma allo stato prive di carattere di organicità e di ancora incerta attuazione, e a causa di un clima generale di continua contrapposizione e di delegittimazione della magistratura, specialmente di quella requirente, l’esodo dalle procure appare come un evento inarrestabile. Una spia del grave malessere è costituita dal fatto che neppure quegli incentivi economici e di carriera, introdotti da una recente legge per la copertura delle sedi disagiate, hanno avuto il successo sperato.
In mancanza di iniziative urgenti e straordinarie, di natura legislativa e ordinamentale, la scopertura degli uffici di procura si appresta quindi a divenire una vera e propria emergenza nazionale, destinata ad avere pesanti ricadute anche sulla giurisdizione e sui tempi di definizione, già di per sé abbastanza lunghi, dei processi penali. Anche l’affermazione degli stessi principi di legalità e i fattori vitali di crescita della economia del Mezzogiorno appaiono seriamente in pericolo.
Se Enna oggi piange, il resto dell’Italia del Sud certo non ride.

Non è fastidio, è più voglia di menare le mani

In queste due settimane ci sarebbero state tante, tantissime vicende che riguardano lo sfascio a cui vogliono condurre la giustizia del nostro amato paese su cui avrei potuto e voluto dire la mia. Con la consueta prosa logorroica peraltro.

Tantissime.

Ma fortunatamente, in questo periodo e per un altro po’ di settimane sarò decisamente erratico e fuori dall’Italia. La frequenza di post sul mio blog e la reattività alle notizie ne ha ovviamente risentito.

Peraltro questo periodo dovrebbe aiutarmi a prendere un po’ di boccate di ossigeno non finendo per schiumare di rabbia ad ogni notizia (poi però leggo online i giornali e mi sono pure abbonato ad il Fatto Quotidiano, altro che tranquillità…).

Uno vuole stare un po’ tranquillo e alla fine ci sono amici che mi notificano questa roba qui sotto, di cui non sapevo ancora niente.

Io li ringrazio per la solerzia, però poi non posso non incazzarmi come una bestia. Robe da aneurisma.

BASTA, BASTA, BASTA! Ormai sono talmente svuotato che non so neanche più cosa dire se non questo.

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