Accusativo plurale

“Il legittimo impedimento, il cosiddetto processo breve, il lodo Alfano, così come il ritorno all’immunità parlamentare non possono essere considerate come leggi ad personam.”

Fabrizio Cicchitto.

Ma guarda un po’ te! Forse è la prima volta che sono d’accordo con Cicchitto. In effetti, nonostante siano leggi fatte per il capo, nulla vieta ad altri di usufruirne.
E sia a destra che a sinistra c’è gente che non vede l’ora e sbava solo al pensiero.
Non siate timidi e partecipate al lauto banchetto dell’impunità. Dopotutto sono leggi ad personas.

P.S. Per chi non se ne fosse accorto, c’è anche un certo sarcasmo da quattro soldi nel titolo.

9:6

Berlusconi, rattristato per essersi lasciato scappare l'ennesimo 6 al SuperEnalotto. Notare la pelle ritornata di colpo ad acquistare la naturalezza dell'età

Berlusconi, rattristato per la morte del gatto. Notare la pelle ritornata di colpo ad acquistare la naturalezza dell'età. (foto Adnkronos)

Oggi l’abbiamo scampata bella. Sai quanto sarebbe costato sostituire in tutti i tribunali la scritta “La legge è uguale per tutti”? Poi chi li vuole sentire questi degli “sprechi della magistratura”…

Today is the day

6 Ottobre 2009.

Oggi si giudica se una legge che dice che non tutti sono uguali davanti alla legge sia in qualche modo aderente ai princìpi della Costituzione.

Ne resta solo uno

Come letto stamattina su “Il Fatto Quotidiano” e riportato dal Corriere.it, il Presidente della Camera Gianfranco Fini avrebbe deciso di rinunciare all’immunità derivata dal Lodo Alfano per un procedimento a suo carico che dovrebbe risultare da una querela del Sostituto Procuratore Henry John Woodcock.

Io in realtà penso da qualche mese che questo nuovo giochetto di Fini, ovvero di mostrarsi come un “diverso” nel marasma piatto e deprimente del Pdl, con posizioni interessanti sui temi etici, sull’immigrazione, dando l’impressione di avere un punto di vista diverso, aperto al dialogo, orientato alla libertà di coscienza, sia semplicemente dovuto al fatto che vuole darsi una patina di accettabilità (per il centro-sinistra) per puntare alla Presidenza della Repubblica. Secondo me è l’unica strada che gli è rimasta aperta dopo essere approdato al punto morto di Presidente della Camera. L’unica altra alternativa sarebbe uscire dal Pdl o aspettare il ritiro dalla politica di Berlusconi.

In ogni caso, per dimostrare comunque il mio particolare rispetto almeno per il gesto, quasi degno di altri tempi, questo mio post si merita addirittura la catalogazione in “Notizie degne di questo nome”.

Poi aspetto a vedere cosa voterà la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera per eventualmente inveire.

Aggiornamento di Sabato 3 Ottobre. Non servirà che perda la voce contro la giunta per le autorizzazioni a procedere, in quanto Woodcock ha deciso di ritirare la querela contro Fini, in segno di apprezzamento per la fiducia nella magistratura.

Aggiornamento di Domenica 4 Ottobre. Oggi ho pensato molto male. Ovvero che Fini abbia rinunciato al Lodo Alfano perché sa già (in qualche modo) che il 6 Ottobre il Lodo sarà bocciato dalla Consulta. Vedremo come andrà.

Senza parole

Consulta, la cena segreta

Un incontro carbonaro tra il premier, Alfano, Ghedini e due giudici della Corte Costituzionale. Per parlare di giustizia. Ma sullo sfondo c’è anche l’immunità di Berlusconi

Le auto con le scorte erano arrivate una dopo l’altra poco prima di cena. Silenziose, con i motori al minimo, avevano imboccato una tortuosa traversa di via Cortina d’Ampezzo a Roma dove, dopo aver percorso qualche tornante, si erano infilate nella ripida discesa che portava alla piazzola di sosta di un’elegante palazzina immersa nel verde. Era stato così che in una tiepida sera di maggio i vicini di casa del giudice della Corte costituzionale Luigi Mazzella, avevano potuto assistere al preludio di una delle più sconcertanti e politicamente imbarazzanti riunioni, organizzate dal governo Berlusconi. Un incontro privato tra il premier e due alti magistrati della Consulta, ovvero l’organismo che tra poche settimane dovrà finalmente decidere se bocciare o meno il Lodo Alfano: la legge che rende Silvio Berlusconi improcessabile fino alla fine del suo mandato.

Del resto che quello fosse un appuntamento particolare, gli inquilini della palazzina lo avevano capito da qualche giorno. Ilva, la moglie di Mazzella, aveva chiesto loro con anticipo di non posteggiare autovetture davanti ai garage. “Non stupitevi se vedrete delle body-guard e se ci sarà un po’ di traffico, abbiamo ospiti importanti…”, aveva detto la signora Mazzella alle amiche. Così, stando a quanto ‘L’espresso’ è in grado ricostruire, a casa del giudice si presentano Berlusconi, il ministro della Giustizia, Angiolino Alfano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini. Con loro arriva anche un altro collega di Mazzella, la toga Paolo Maria Napolitano, eletto alla Consulta nel 2006, dopo essere stato capo dell’ufficio del personale del Senato, capo gabinetto di Gianfranco Fini nel secondo governo Berlusconi e consigliere di Stato.
Più fonti concordano nel riferire che uno degli argomenti al centro della riunione è quello delle riforme costituzionali in materia di giustizia. Sul punto infatti Berlusconi e Mazzella la vedono allo stesso modo. Non per niente il giudice padrone di casa è stato, per scelta del Cavaliere, prima avvocato generale dello Stato e poi, nel 2003, ministro della Funzione pubblica, in sostituzione di Franco Frattini, volato a Bruxelles come commissario europeo. Infine l’elezione alla Consulta a coronamento di una carriera di successo, iniziata negli anni Ottanta, quando il giurista campano militava in un partito non certo tenero con i magistrati, come il Psi di Bettino Craxi (ma lui ricorda di aver mosso i primi passi al fianco dell’avversario di Craxi, Francesco De Martino), diventando quindi collaboratore e capo di gabinetto di vari ministri, tra cui il suo amico liberale Francesco De Lorenzo (all’epoca all’Ambiente), poi condannato e incarcerato per le mazzette incassate quando reggeva il dicastero della Sanità.

La cena dura a lungo. E a tenere banco è il presidente del Consiglio. Berlusconi sembra un fiume in piena e ripropone, tra l’altro, ai presenti una sua vecchia ossessione: quella di riuscire finalmente a riformare la giustizia abolendo di fatto i pubblici ministeri e trasformandoli in “avvocati dell’accusa”.

L’idea, con Mazzella e Napolitano, sembra trovare un terreno particolarmente fertile. Il giudice padrone di casa non ha mai nascosto il suo pensiero su come dovrebbero funzionare i tribunali. Più volte Mazzella, come hanno in passato scritto i giornali, ha ipotizzato che la funzione di pm fosse svolta dall’avvocatura dello Stato. Solo che durante l’incontro carbonaro l’alto magistrato si trova a confrontarsi con uno che, in materia, è ancora più estremista di lui: il plurimputato e pluriprescritto presidente del Consiglio. E il risultato della discussione, a cui Vizzini, Alfano e Letta assistono in sostanziale silenzio, sta lì a dimostrarlo.

‘L’espresso’ ha infatti potuto leggere una bozza di riforma costituzionale consegnata a Palazzo Chigi un paio di giorni dopo il vertice. Una bozza che adesso circola nei palazzi del potere ed è anche arrivata negli uffici del Senato in attesa di essere trasformata in un articolato e discussa. Si tratta di quattro cartelle, preparate da uno dei due giudici, in cui viene anche rivisto il titolo quarto della carta fondamentale, quello che riguarda l’ordinamento della magistratura. Nove articoli che spazzano via una volta per tutte gli ‘odiati’ pubblici ministeri che dovrebbero essere sostituiti da funzionari reclutati anche tra gli avvocati e i professori universitari.

Per questo è previsto che nasca un nuovo Consiglio superiore della magistratura (Csm) aperto solo ai giudici, presieduto sempre dal presidente della Repubblica, ma nel quale entrerà di diritto il primo presidente della Corte di cassazione, escludendo invece il procuratore generale degli ermellini.

L’obiettivo è evidente. Impedire indagini sui potenti e sulla classe politica senza il placet, almeno indiretto, dell’esecutivo. Del resto il progetto di Berlusconi di incrementare l’influenza della politica in tutti i campi riguardanti direttamente o indirettamente la giustizia trova conferma anche in altri particolari. Per il premier va rivisto infatti pure il modo con cui vengono scelti i giudici della Corte costituzionale aumentando il peso del voto del parlamento. Anche la riforma della Consulta è un vecchio pallino di Mazzella.

Nei primissimi anni ’90 il giurista, quando era capogabinetto del ministro delle Aree urbane Carmelo Conte, aveva tentato di sponsorizzare con un articolo pubblicato da ‘L’Avanti’ l’elezione a presidente della Corte dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli e aveva lanciato l’idea di modificare la Carta per affidare direttamente al capo dello Stato il compito di sceglierne in futuro il presidente.

Allora i giudici non l’avevano presa bene. Da una parte, il pur stimatissimo Vassali, era appena entrato a far parte della Consulta e se ne fosse diventato il numero uno per legge avrebbe ricoperto quell’incarico per nove anni. Dall’altra una modifica dell’articolo 138 della Costituzione avrebbe finito per far aumentare di troppo il peso del presidente della Repubblica che già nomina cinque giudici. Per questo era stato ricordato polemicamente proprio dagli alti magistrati che stabilire una continuità tra Quirinale e Consulta era pericoloso. Perché la Corte costituzionale è l’unico giudice sia dei reati commessi dal capo dello Stato (alto tradimento e attentato alla Costituzione), sia dei conflitti che possono sorgere tra i poteri dello Stato, presidenza della Repubblica compresa. Altri tempi. Un’altra Repubblica. E un’altra Corte costituzionale.

Oggi, negli anni dell’impero Berlusconi, un imputato che fonda buona parte del proprio futuro politico sulle decisioni della Corte, che dovrà pronunciarsi sul Lodo Alfano, può persino trovare due dei suoi componenti disposti a discutere segretamente a cena con lui delle fondamenta dello Stato. E lo fa sapendo che non gli può accadere nulla. Al contrario di quelli dei tribunali, le toghe della Consulta, non possono ovviamente essere ricusate. E dalla loro decisione passerà la possibilità o meno di giudicare il premier nei processi presenti e futuri. A partire dal caso Mills e dal procedimento per i fondi neri Mediaset.

Peter Gomez
da l’Espresso del 25 Giugno 2009

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